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COMITATO

GLACIOLOGICO

 ITALIANO

 

 

Dal 1895 opera in Italia il Comitato Glaciologico Italiano (CGI), con il compito di promuovere e coordinare le ricerche nel settore della glaciologia.

Nato come commissione per lo studio dei ghiacciai italiani nell’ambito del Club Alpino Italiano, il CGI diviene organismo autonomo dal 1915, con il sostegno del Consiglio Nazionale delle Ricerche e di altri enti ed associazioni interessati alla ricerca glaciologica.

Ghiacciaio dei Forni (Gruppo Ortles-Cevedale), il maggiore dei ghiacciai vallivi italiani (foto M. Santilli, 1999).

 

Sin dalle origini l’attività principale del CGI è stata il monitoraggio sistematico dei ghiacciai e, in particolare, la misura delle variazioni frontali. A questo scopo ogni anno si svolge una campagna glaciologica nella quale numerosi operatori effettuano, alla fine della stagione estiva di ablazione, misure e fotografie da capisaldi, osservazioni sull’innevamento e sulla morfologia delle fronti.

Quest’attività non si è mai interrotta, salvo durante i periodi bellici, fornendo così una delle più lunghe serie esistenti al mondo di osservazioni delle variazioni delle fronti glaciali. Attualmente circa 150 ghiacciai sono ogni anno monitorati da un centinaio di operatori volontari anche con la collaborazione di gruppi afferenti ad altre associazioni.

Ghiacciai delle Alpi italiane in avanzata e in ritiro dal 1925 al 2004. Valori espressi come percentuale dei ghiacciai con variazioni misurate. Ad una fase di prevalente ritiro, accentuatasi negli anni '40 e '50, ha fatto seguito una breve fase di avanzata, culminata nei primi anni '80, quindi un rapido ritorno alle attuali condizioni di generale ritiro (elaborazione G. Zanon).

 

Percentuale di ghiacciai in avanzata (blu), stazionari (verde) e in ritiro (rosso) nelle Alpi italiane (a) e nei tre settori in cui sono suddivise (b, c, d), nel periodo 1980-1999 (in parentesi è riportato il numero di ghiacciai che costituisce il campione). La percentuale di ghiacciai in avanzata scende dal 66% nel 1980 al 4% nel 1999, mentre quella dei ritiri sale dal 12% all'89%. Tali valori si modificano rapidamente durante il primo decennio per poi stabilizzarsi in quello successivo. La diminuzione del numero di ghiacciai in avanzata si manifesta dapprima nel settore Triveneto e successivamente in quelli Lombardo e Piemontese-Valdostano (elaborazione M. Santilli).

 

Variazione media cumulata tra il 1980 ed il 1999 di un campione di 104 ghiacciai. È riportata la media complessiva confrontata con quella relativa ai singoli settori. La variazione media per ghiacciaio è valutata in –4,8 m/anno, per complessivi –95,4 m nell’arco del ventennio considerato. La fase di regresso è stata più consistente per il settore Lombardo, per il quale il ritiro medio cumulato delle fronti è di quasi 150 m. Variazioni modeste (–44 m) sono invece avvenute nel settore Piemontese (elaborazione M. Santilli).

 

Variazione delle quote minime delle fronti di un campione di 90 ghiacciai. È riportata la media complessiva confrontata con quella relativa ai singoli settori. Le quote minime delle fronti hanno subito un innalzamento medio per ghiacciaio di 18 m. Variazioni accentuate (+38 m) sono registrate nel settore Lombardo, mentre sono minori quelle subite dal settore Triveneto (+12 m) e minime da quello Piemontese (solo +3 m) (elaborazione M. Santilli).

 

Parallelamente il CGI ha promosso studi su singoli ghiacciai, con indagini geofisiche, topografiche, glaciologiche ed idrologiche, e dal 1970 ha organizzato otto convegni glaciologici nazionali.

Benché l’attività del Comitato sia principalmente rivolta ai ghiacciai italiani, numerosi membri del CGI hanno partecipato o promosso indagini glaciologiche in altre catene montuose e nelle aree polari.

I risultati delle campagne e numerosi studi e monografie di carattere glaciologico sono pubblicati dal 1914 nel Bollettino del CGI, che dal 1978 ha preso il nome di Geografia Fisica e Dinamica Quaternaria. Una sintesi delle campagne glaciologiche da qualche anno è riportata anche su La rivista del Club Alpino Italiano. Dati compilativi ed atti di convegni sono pubblicati nei volumi degli Archivi del CGI. I risultati delle campagne annuali, opportunamente selezionati e semplificati, sono infine riportati nei volumi Fluctuations of Glaciers curati dal World Glacier Monitoring Service (UNESCO).

I GHIACCIAI

I ghiacciai si generano per graduale trasformazione della neve in nevato e ghiaccio, nelle aree dove la quantità di neve che annualmente si accumula al suolo supera quella persa per fusione e per altri processi e dove le condizioni topografiche sono idonee.

Ghiacciaio del Tresero , presso il Passo del Gavia, si sviluppa tra 3000 e 3400 metri entro un circo d'erosione glaciale (foto M. Santilli, 2001).

 

Il ghiaccio si comporta come un solido deformabile sotto il suo stesso peso. Per effetto della forza di gravità, mediante scivolamento basale e deformazione interna, il ghiaccio si muove verso valle, con velocità dell’ordine dei metri-centinaia di metri l’anno. I crepacci sono fratture prodotte dal movimento dei ghiacciai.

Crepacci trasversali di distensione nella Vedretta della Forcola (Gruppo Ortles-Cevedale) (foto A. Carton, 1989).

 

I GHIACCIAI IN ITALIA

Secondo l’ultimo censimento del 1989 i ghiacciai delle Alpi italiane sono circa ottocento. Un piccolo ghiacciaio è pure presente al Gran Sasso, nell’Appennino Centrale. I ghiacciai italiani occupano una superficie di circa 500 km2 (un quinto dell’intera copertura glaciale delle Alpi) e sono concentrati principalmente nei massicci più elevati delle Alpi Occidentali e Centrali. Il complesso glaciale continuo più esteso è quello dell’Adamello (18 km2), mentre il ghiacciaio vallivo più grande è quello dei Forni (13 km2). Tuttavia gran parte dei ghiacciai italiani è rappresentata da piccoli ghiacciai di circo e di vallone.

Distribuzione dei ghiacciai italiani (elaborazione M. Santilli).

 

Dalla seconda metà del XIX° secolo è in atto una fase di accentuata contrazione che ha portato i ghiacciai italiani a perdere circa il 40% della loro superficie. Il limite delle nevi si è innalzato di circa 100 m. Molti piccoli ghiacciai sono scomparsi, mentre i maggiori si sono talora frazionati in individui minori, arretrando le loro fronti anche di 1-2 km. Questa fase di ritiro glaciale, riconosciuta in quasi tutti i ghiacciai di montagna della Terra, viene attribuita al riscaldamento climatico in corso.

Dalla seconda metà del XIX° secolo il Ghiacciaio dei Forni (Gruppo Ortles-Cevedale) si è ritirato di oltre 2,5 km. La morena laterale che sbarra il laghetto indica il livello allora raggiunto dal ghiacciaio (foto M. Santilli, 1999).

Ghiacciaio della Mare (Gruppo Ortles-Cevedale). Il ghiacciaio si è ritirato di oltre 1 km all'interno delle morene laterali che direttamente lo delimitavano ancora nella prima metà del XIX° secolo, lasciando un vasto territorio spoglio ed ingombro di detriti (foto A. Carton, 1982).

 

I GHIACCIAI COME ARCHIVIO DI DATI

I ghiacciai alpini, caratterizzati in prevalenza da una temperatura del ghiaccio prossima a quella di fusione, sono sensibili alle variazioni climatiche che ne controllano il bilancio di massa, determinando variazioni delle loro dimensioni. Attraverso le tracce della loro attività lasciate nell’ambiente (morene deposte, forme di erosione, limiti nella vegetazione, ecc.) è possibile ricostruire le variazioni delle loro dimensioni e da queste risalire alle variazioni climatiche del passato. Il ghiacciaio stesso contiene informazioni sulle caratteristiche fisico-chimiche dell’atmosfera da cui proviene la neve che lo ha formato.

L'anfiteatro morenico del Lago del Miage (Gruppo del Monte Bianco) è costituito da una ventina di morene concentriche deposte da altrettante fasi di oscillazione del ghiacciaio negli ultimi 5000 anni (foto A. Carton).

 


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I GHIACCIAI COME RISORSA

I ghiacciai costituiscono una fondamentale risorsa d’acqua dolce utilizzabile per scopi agricoli, civili ed industriali. Numerosi sono gli impianti idroelettrici alimentati, almeno in parte, da acque di fusione glaciale. I ghiacciai contribuiscono, quindi, in maniera sensibile alla produzione di energia idroelettrica, che nel nostro Paese rappresenta circa il 20% del totale dell'energia elettrica prodotta.

I ghiacciai sono inoltre un elemento caratterizzante del paesaggio alpino, e costituiscono un fattore di attrazione e una risorsa per l’escursionismo, l’alpinismo, lo sci estivo ed invernale.

Ghiacciaio del Sabbione (Val Formazza) e l'antistante bacino idroelettrico creato nel 1952. E' mostrata la posizione iniziale della fronte e quella del 1977, anno della ripresa aerea, che denota un ritiro di circa 1 km (Conc. Aeron. Mil. - R.G.S. n. 385 del 22 nov. 1999) (foto Alifoto).

 

I GHIACCIAI COME RISCHIO AMBIENTALE

A causa della sempre maggiore frequentazione turistica dell’alta montagna, i ghiacciai possono anche costituire un elemento di rischio. Crolli di ghiaccio, valanghe, rotte glaciali (improvvisi svuotamenti di serbatoi d’acqua ai margini o entro il ghiacciaio), instabilità delle aree recentemente deglaciate (frane, colate di detrito, ecc.) possono mettere a repentaglio l’incolumità dei frequentatori e la sicurezza di manufatti, piste da sci, percorsi turistici. Anche nel territorio italiano si sono di recente verificati eventi dannosi connessi con la dinamica glaciale.

Solco d'erosione torrentizia scolpito nella morena laterale destra del Ghiacciaio del Belvedere (Macugnaga, Monte Rosa). L'approfondimento dell'incisione fu provocato da tre ravvicinati episodi di svuotamento del lago proglaciale delle Locce (1970, 1978, 1979) a seguito di altrettante rotte glaciali. Il fenomeno provocò l'ampliamento di un preesistente solco intagliato nella morena, con conseguente trasporto in massa di materiale detritico che distrusse gli impianti sciistici sottostanti (foto A. Carton).

Il Ghiaccialo Superiore del Coolidge (Monviso) dopo il crollo che il 6 luglio 1989 ha coinvolto un volume di 200.000 m3 di ghiaccio (foto R. Tibaldi). Nel settembre del 1987 era già visibile il crepaccio di distacco e il solco lasciato dall’acqua di fusione (foto M. Vanzan).

 

LA RICERCA

Per la valutazione dello “stato di salute” di un ghiacciaio si misura il suo bilancio di massa, si effettua cioè il confronto tra la massa acquisita sotto forma di precipitazioni nevose e accumuli di valanga, e quella persa per fusione e crolli alla fronte. Mediante indagini geofisiche è possibile ricostruire lo spessore, la struttura interna dei ghiacciai e la morfologia del fondo roccioso. L’annuale misurazione delle posizioni delle fronti glaciali con le diverse tecniche topografiche permette di ricostruire le oscillazioni delle lingue glaciali, che sono il riflesso delle modificazioni climatiche ed ambientali.

Ghiacciaio dei Forni: posizionamento delle paline per misure geodetiche (GPS) impiegate nella valutazione del bilancio di massa (foto C. Smiraglia).

 

Ghiacciaio delle Lobbie (Adamello): posizionamento della strumentazione per lo studio geofisico (foto E. Tabacco).

 

L’indagine bibliografica, cartografica ed iconografica consente di reperire dati sulle posizioni successivamente assunte dai ghiacciai nel passato recente.

   Ghiacciaio Pré de Bar (Gruppo del Monte Bianco) come appariva in una stampa del 1820 e come appariva nel 1984 (foto G. Orombelli). è evidente la notevole riduzione di estensione e spessore del ghiacciaio.

 

Lo studio delle carote di ghiaccio mediante analisi cristallochimiche e glaciochimiche consente di ricostruire gli eventi climatici anche attraverso la composizione dei gas contenuti nelle bolle d’aria all’interno del ghiaccio.

 Sezione sottile di ghiaccio al microscopio: con il solo polarizzatore (a) sono visibili bolle d'aria incluse nel ghiaccio; a nicol incrociati (b) è evidenziata la struttura cristallina (foto M. Filipazzi).

 

Il rilevamento sul terreno e la fotointerpretazione consentono di cartografare le evidenze geologico-glaciali che, datate mediante tecniche diverse (lichenometria, dendrocronologia, datazioni 14C di suoli sepolti e resti organici) forniscono la storia delle fluttuazioni glaciali.

 

1) analisi di foto aeree mediante stereoscopio (foto M. Filipazzi); 2) licheni impiegati per datare morene (foto G. Orombelli); 3) tronco parzialmente sepolto in un deposito fluvioglaciale (foto A. Carton); 4) le strie glaciali sulle rocce montonate indicano la direzione di movimento di un ghiacciaio (foto M. Santilli).


 

STATUTO (pdf 49KB)


 

 

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COMITATO GLACIOLOGICO ITALIANO

LA SEDE DEL COMITATO E LA BIBLIOTECA SONO ATTUALMENTE IN FASE DI TRASFERIMENTO PRESSO IL DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELLA TERRA DELL'UNIVERSITA' DI TORINO.

FRA BREVE VERRANNO COMUNICATI NUMERO DI TELEFONO E INDIRIZZO E-MAIL.

PER OGNI INFORMAZIONE RIVOLGERSI DIRETTAMENTE AL SEGRETARIO DR. MORTARA, TEL. 011-3977251, mail g.mortara@irpi.to.cnr.it

http://www.disat.unimib.it/comiglacio/comitatoglaciologico.htm


Realizzazione: Maurizio Santilli, 2001

Dipartimento di Scienze della Terra, Sezione di Geologia e Paleontologia, Università di Milano, Via Mangiagalli 34, 20133 Milano

maurizio.santilli@unimi.it

Aggiornamento: 18 Luglio 2006